Perchè continuare a penalizzare le donne?

27/02/2026

Contemporaneamente all’uscita del terzo Rendiconto di genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS 24 febbraio 2026 viene bocciata dalla Commissione bilancio della Camera la proposta di legge unitaria delle opposizioni sul congedo parentale obbligatorio. Questa miopia politica è ancora più grave in quanto tutte le statistiche sottolineano “la rilevante condizioni di svantaggio delle donne nel nostro Paese, nell’ambito lavorativo, familiare e sociale” che ne condiziona pesantemente anche la natalità, per cui l’inverno demografico da anni inchioda i tassi di fecondità, toccando ora un nuovo minimo storico di circa 1,13-1,18 figli per donna.
Si legge nel Rapporto: “Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8% … Anche l’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini.
Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi… Per quanto riguarda il livello di istruzione, nel 2024 le donne hanno superato gli uomini sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59,4%), ma questa prevalenza nel percorso di studi non si traduce in una corrispondente presenza nelle posizioni di vertice nel mondo del lavoro. Le donne continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura. Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini. L’offerta di asili nido rimane insufficiente”.

Questo si riflette anche sulle pensioni infatti: “il numero limitato delle donne che beneficiano della pensione di anzianità/anticipata (solo il 34,2% rispetto al 65,8% degli uomini) evidenzia le difficoltà delle donne a raggiungere gli alti requisiti contributivi previsti, a causa della discontinuità che caratterizza il loro percorso lavorativo”.
La condivisione del lavoro di cura, ci richiama il Rapporto europeo EIGE sull’equità di genere, è tra le misure più significative per consentire pari opportunità nel lavoro in termini salariali, di carriera e di scelta. Tutti i dati statistici evidenziano la posizione debole dell’Italia rispetto agli altri paesi europei collocandola negli ultimi posti della graduatoria, non solo in termini di servizi a favore della conciliazione ma anche per l’asimmetria nell’uso del tempo che vede fortemente penalizzate le donne nei carichi familiari. Da tempo la letteratura di settore denuncia l’importanza di questo cambiamento culturale da cui dipende direttamente, come sostiene Esping-Andersen nel noto testo La Rivoluzione incompiuta del 2011, la crescita del tasso di occupazione femminile.
Nell’introduzione al Rapporto EIGE si sottolinea “l’importanza di questi dati per esplorare e confrontare il modo in cui le disuguaglianze influenzano la nostra vita sul lavoro, a casa o nella vita pubblica, e aiutare i policy maker a promuovere il cambiamento per un’Europa più equa”. Le statistiche continuano a indicarci la direzione per programmare misure e strumenti efficaci per migliorare non solo la parità di genere ma anche per creare un futuro migliore per le generazioni più giovani che continuano a lasciare l’Italia definita dal Cnel “Una vera emergenza nazionale”. Tra il 2011 e il 2024, circa 630.000 giovani italiani (18-34 anni) hanno lasciato l’Italia per l’estero, con un saldo migratorio netto negativo di – 441.000 unità. Nel 2024, oltre 78.000 giovani sono emigrati, rappresentando il 24% delle nascite, con un incremento del 36,5% rispetto al 2023. Il fenomeno, in crescita, riguarda sia il Nord (49%) che il Mezzogiorno (35%), spinto da ricerca di lavoro e formazione.
In questa fotografia sconfortante riteniamo che “dare i numeri” sia un apporto importante per fare aumentare la consapevolezza non solo della nostra comunità accademica ma di tutta l’opinione pubblica nei confronti di politiche di welfare inadeguate che da anni gli studi di genere denunciano, individuando misure e strumenti idonei per migliorare la qualità della vita di tutte e tutti, come “ci insegna l’Europa”.

Il comitato di Presidenza Counipar

Comunicato

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